Nuove dimensioni per genitori espatriati.

A volte mi fermo a pensare a com’è stato diventare genitori, ma anche a come è essere genitori all’estero. Noi non siamo fra quelli che sono scappati dall’Italia o che pensano che nello Stivale vada tutto a rotoli. Certo, non è neanche tutto una meraviglia, ma l’aria pessimista che pervade molti discorsi non ci ha mai rapito. C’erano alti e bassi, cambi di lavoro, cambi di prospettive, esperienze. Non sempre facile, ma niente di tragico.

Siamo finiti in Danimarca quasi per uno scherzo del destino, dopo che per anni Copenhagen ha risuonato nei nostri discorsi. Prima per un colloquio di Luca, poi per un mio tirocinio e poi, di nuovo, per Luca. E dato che non ci è difficile chiamare un posto casa, casa è stata. E in un appartamento in affitto abbiamo pensato che se fosse arrivata Petra non sarebbe stato poi male.

allattare a copenhagen

E Petra è arrivata, a un certo punto. E con lei, una nuova dimensione per noi. Non solo genitori, ma genitori espatriati, in un posto dove è tutto da capire e tutto da interpretare. Dove alle difficoltà dei rapporti adulti-neonati si aggiungono quelle culturali, inevitabili.
Non so come sarebbe stato, in Italia, ma l’idea di vivere all’estero mi piace e mi piace ancora di più l’idea di far crescere Petra dandole la scusa per crescere fra due mondi e farli entrambi suoi, se vorrà. E crescerla bilingue, per forza di cose, provando a farle capire con più facilità che il mondo non ha confini.

Siamo in Danimarca, ma potremmo essere in Gran Bretagna, in Canada, a Taiwan. Certo, potremmo essere anche in Italia e non ci sarebbe niente di male. Ogni posto ha i suoi pro, ma confesso che uscire di casa e doversi sforzare di comprendere lingua e cultura è non solo una gran fatica, qualcosa che a volte mina le fondamenta delle sicurezze e dell’autostima, ma pure – forse soprattutto – un vantaggio. Perché ti mette di fronte all’evidenza che niente è scontato e che, in fondo, abbiamo tutti paura del diverso. E il diverso, in questo caso, siamo noi.

Ci si sente un po’ i paladini della giustizia o i pionieri in terra straniera. Noi e altre milioni di persone. O, semplicemente, degli immigrati in casa altrui. Casa che, però, è anche la tua da quasi 4 anni a questa parte. Quindi, come la mettiamo?

charlottenlund strand

Crescere un figlio all’estero, se si ha il giusto spirito, è così. Ci si entusiasma perché i primi amichetti sono danesi, austriaci, francesi, norvegesi, mentre ci si confronta con le politiche dell’asilo, capendo presto che tutto il mondo è paese e che alcuni stereotipi non sono una prerogativa italiana. O almeno così ci raccontano e, in fondo, noi non possiamo che crederci.

Si svezza a suon di rugbrød e burro e, di tanto in tanto, si pensa già a quali dolci tipicamente italiani prepareremo per le prime feste di compleanno. Si accumulano libri in italiano, danese, svedese, inglese.
Si oscilla fra un mondo e l’altro e se ne esce più forti, a volte ammaccati, di sicuro arricchiti.

piccole biblioteche di bambine all'estero

Diventare genitori all’estero è scoprire che tua figlia dice prima “mere” di “ancora” quando vuole altro cibo nel piatto. E’ progettare viaggi con la consapevolezza che, in fondo, il nostro viaggio è soprattutto nel quotidiano. Che i mordi e fuggi saranno anche divertenti, ma in fondo è il mettersi alla prova ogni giorno che ti fa capire quanto il mondo appartenga a tutti.

E se fossimo rimasti in Italia? Sarebbe stato diverso. Non meglio, non peggio. Diverso. Probabilmente avremmo fatto più fatica a uscire da uno schema, perché non se ne ha bisogno quando ci si sente protetti dal conosciuto. O forse sarebbe stato più semplice? Forse. Chissà.

Mi piace, però, l’idea che Petra cresca con l’idea di potersi sentire a casa in ogni luogo, con amici sparsi nel mondo, dalla riviera Romagnola alle coste della Norvegia, dalla Sardegna all’Argentina. Speriamo solo di riuscire nel nostro intento.

Petra pronta a partire

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