Kaffe, panorami e spiagge a Stavanger. E navi da crociera.

Proseguiamo il nostro racconto del viaggio in Norvegia di quest’estate e, dopo Preikestolen, vi parlo un po’ della seconda cittadina dell’ovest (la prima è Bergen, di quella e dei dintorni scriverò in un altro post). Per tre notti abbiamo fatto tappa a Stavanger e, dopo aver dedicato il primo giorno a Pulpit Rock, ci siamo concentrati sul centro e sulla zona del porto.

Noi ci siamo capitati una bella mattina di pioggia insistente. Il nostro padrone di casa, un simpatico messicano istruttore di surf, al nostro arrivo ci aveva consigliato di girare a piedi, più comodo e senza la bega della ricerca del parcheggio. In fondo sono solo 25 minuti, cosa vuoi che sia? Niente, appunto, e noi, senza timore, ci siamo incamminati. Petra con il suo set da pioggia al completo, inclusi gli stivali, io con la mia fiammante giacca nuova e Luca col suo cappello da Indiana Jones.

Arrivati a metà strada ha cominciato a piovigginare. Niente di grave, proseguiamo a passo sostenuto e, guarda, un supermercato! Entriamo? Cos’è che ci serviva assolutamente?
Si ha sempre diritto a cinque minuti all’asciutto, basta trovare la scusa giusta.

Il centro di Stavanger, cittadina conosciuta per l’industria petrolifera e le sardine in scatola, ha due zone interessanti. La prima, la più caratteristica, è una serie di viette di ciottolato pedonabili che passano in mezzo a casette di legno bianche con i tetti a punta. Lungo le pareti e vicino agli ingressi tanti fiori. Rose. Rose ovunque. E’ bellissimo.
Sarebbe bellissimo. Se non fosse per le due enormi navi da crociera ormeggiate nel porto lì dietro. E, con le navi da crociera, una fiumana di tedeschi scesa in truppa per fare le famose escursioni a terra.

Io lo so che in molti siete dei fan delle crociere. Lo so, vi ho letto, e anche io ho avuto i miei momenti di debolezza e mi sono incantata di fronte alle foto di navi in mezzo ai fiordi. Ma, oh voi che amate questo genere di viaggi, dovete davvero provare a spiegarmi il fascino di una toccata e fuga di questo tipo. La nave ti porta, tu scendi in quelle ore precise, con ogni probabilità scegli di fare un tour guidato e poi ritorni pacifico e beato a bordo, al sicuro da ogni sprazzo di iniziativa indipendente. Va bene per un giorno, due, ma un’intera crociera per me al momento è incomprensibile.

Ad ogni modo, conquistiamo le graziose vie assieme a un centinaio di altre persone, per poi avviarci verso l’altra parte interessante del centro, dall’altra parte del porto. Per farlo, passiamo lungo tutto il molo e davanti agli alberghi di lusso vista navi – ma a loro non darà fastidio, ci chiediamo? – e, finalmente, vediamo delle meravigliose casette di legno colorato.

Dicono che tutta questa zona è stata ricostruita e che sarebbe, quindi, un po’ meno interessante della prima. In realtà il fascino c’è e, in più, ci sono cafè e locali e negozi e, di sicuro, la proporzione abitanti-turisti è radicalmente diversa. Noi, naturalmente, siamo turisti e non abbiamo paura di rimarcarlo entrando nel primo negozio di souvenir per comprare un ombrello “Norway” per proteggere Petra dalla pioggia ormai battente.

Per compensare e provare a confonderci con gli autoctoni ci fiondiamo in un kaffe – Bøker og børst – e ordiniamo due cappuccini – sì – e due fette di torta alla carota. E ci godiamo questo posticino con gli arredi di legno, lampade di stoffa e un bagnetto-libreria che sembra uscito dalla casa di qualche vecchia signora norvegese. Un’esperienza indimenticabile, se fosse possibile ci starei tutto il giorno.

Invece, dopo tanto tentennare, osiamo un rientro sotto la pioggia e, fradici (noi. Petra e la spesa erano belli coperti dall’ombrello), arriviamo a casa , pronti per testare tutte le possibili varietà di brunost.
Cos’è il brunost? Siete stati in Norvegia e non l’avete assaggiato? Male! O bene, perché per me è la droga, quella vera.
Si tratta di un formaggio scuro, conosciuto anche col nome di brown cheese, fatto con siero di latte e panna che, caramellizzando, diventano un composto morbido, una specie di fudge di formaggio.
Il sapore è forte e non sempre piace, ma se al primo assaggio non vi ha convinto vi consiglio di provarlo almeno una seconda volta sopra una fetta di pane bianco, o un wasa, e un po’ di burro.

L’originale, quello che chiamano ekte geisost, è fatto esclusivamente con siero di latte di capra, ma quello più diffuso è un misto capra-mucca. Ce ne sono poi altre varianti che, se siete curiosi, vale la pena provare anche se io, ora che ho scoperto l’ekte, credo di non poter tornare indietro.
Va tagliato con un particolare taglia formaggio, che fa delle fette dello spessore giusto. Altrimenti, nei supermercati si trovano anche già affettati.

Pieni di brunost come uova, quando la pioggia ha finalmente deciso che stava esagerando anche per essere in Norvegia, siamo usciti di nuovo. Come ogni sera, Arya ha bisogno del suo giro per chiudere la giornata e noi non ci tiriamo indietro. Anzi, è stata la scusa per scoprire altri due posti interessanti. Il primo è la vista della città dall’alto, dallo spiazzetto della Vålandstårnet.

Il secondo è la spiaggia di Godalen. Con i suoi scogli, le spiaggette e i giochi per i bambini – inclusa una piscinetta ricavata con l’acqua di mare – Godalen sembra un bel posto dove passare un pomeriggio. Noi, che ci siamo passati di sera, abbiamo comunque apprezzato la vista del fiordo e i paesaggi oltre gli scogli. Rilassante, calmo, con un placido viavai di famiglie che fanno jogging e cani.

 

I nostri tre giorni a Stavanger sono passati in fretta e, senza neanche rendercene conto, stavamo già risalendo in macchina. Prossima tappa: Bergen!

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